Defending Woody

L’ultimissima esternazione di Carlo Verdone – apparentemente inspiegabile sia per inopportunità sia per intempestività – sul film “romano” di Woody Allen mi fornisce il destro per qualche riflessione su di esso. Verdone, che nell’occasione si professa romano e romanofilo deluso nonché oramai volto ad altre, secondo lui più stimolanti realtà (nella fattispecie Torino: finalmente, dopo dieci anni dacché l’ex capitale dell’auto è diventata, giustamente, una delle locations preferite dai cineasti di tutta Italia, se ne è accorto anche lui!), afferma essere “To Rome with love” film brutto, non rispecchiante la ‘vera’ Roma (come se i suoi film e quelli di  Rossellini da un lato e Monicelli dall’altro fossero la stessa cosa), che evidentemente deve essere esclusivo appannaggio di chi a Roma (ma in quale Roma?) c’è nato e vissuto e ne sa anche la parlata (ma quale parlata? di quali quartieri? di quali classi?) Ora, questa critica – e quelle che, peraltro generalmente più blande e bonarie, si sono levate all’uscita del film da varie altre parti – si fonda, a parer mio, su alcuni equivoci. Tutti i recenti film di quel genio incommensurabile che è Allen girati in Europa sono assolutamente basati su stereotipi e luoghi comuni; deve essere così: perché le Londra di Match Point, Barcellona di Vicky e Cristina, Parigi bohémienne e Roma monumenti e melodramma non sono luoghi reali, ma topoi letterarii, stati d’animo e luoghi dello spirito. Protestare per la (ovvia) falsità della Roma di questo film senza prima averlo fatto per quelle delle altre metropoli negli altri lavori è becero provincialismo (quello che da sempre caratterizza, nel bene e nel male, l’opera del pur buon Verdone): o tutti o nessuno. Ad Allen non frega un fico di fare un docufilm realistico e attuale sulle città (a partire, guarda un po’, dalla sua Manhattan): le sue operazioni sono sempre altamente cinefiliche, ‘letterarie’,  e qui non vuole rappresentare Roma bensì omaggiare Fellini, Mastroianni, Sordi, il grande cinema di Cinecittà. Altrimenti perché girare – prima volta o quasi nella sua carriera – un film a episodii, che era il formato caratteristico del cinema italiano degli anni del suo boom? 2): L’operazione di Allen ha voluto essere di grande aiuto morale all’Italia berlusconiana (il set è dell’estate scorsa, quando Monti non lo conosceva quasi nessuno), per spronarla a riscattarsi dal degrado di questi anni, a ritrovare e ridare il meglio di sé – come egli fa quando, venendo a suonare da noi, aggiunge “Bella ciao” al suo repertorio. In questo senso – e nei termini che soli possono addirsi ad uno come Allen – questo romano è probabilmente il suo film in assoluto più ‘politico’: proprio nel suo garbato, indiretto e sommesso richiamo alla Roma (e quindi all’Italia) che c’era e che tutti amavano ed invidiavano; a quell’Italia che potrebbe, dovrebbe tornare ad essere, se solo ne avessimo la coscienza, la volontà e la forza. Eppure il titolo da solo dice tutto, altro che “cartolina da Roma”: è proprio l’opposto! Non “From Rome with love”, ma “To Rome…”: è un messaggio d’amore e di speranza, un augurio ed un incitamento a tornare grandi, fieri (senza nazionalismi idioti da fascisti ignoranti e imbecilli) e culturalmente protagonisti come lo eravamo fino a pochi decennii fa; è una mano tesa, che è nostro interesse ma anche dovere morale afferrare: non capirlo, e non ringraziare Allen per questo, è da soliti,  tristi, provinciali, decaduti italioti.

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