Music drama for drums and small ensemble

Lo confesso: il timore, quasi l’incipiente noia di divenir biografo e apologeta di Marco Ariano, comincia a profilarsi incombente e minace al mio orizzonte, dopo l’articolo dedicato a due suoi album; ma come sottrarsi a tale prestazione, quando è l’entusiasmo per quanto visto e sentito a spingere la mano al computer, le dita sulla tastiera? “Visto e sentito”, sì: ché il concerto tenuto al teatro Tor di Nona mercoledì 27 Marzo da Alvin Curran alle tastiere ed elettronica, Alipio C. Neto al sax tenore e sax soprano curvo, Roberto Bellatalla al contrabbasso e Marco Ariano a batteria e percussioni è stato, sopratutto ad opera di quest’ultimo, tanto un atto drammatico quanto un atto musicale. Neto ha suonato quasi sempre molleggiandosi ostentatamente  sulle gambe, quasi una citazione di passo di carica: il che sottraeva il sassofonista all’aura di musicista-poeta spleenico e lunare, meditativo e introverso che tanto spesso gli si appiccica, e dava alle sonorità sovracute, ai fraseggi brevissimi, frequentemente afasici, del suo strumento una carica, una volontà vitalistica tanto più eroica quanto più consapevole delle difficoltà attuali di un ‘dire’ e di un ‘fare’ che non nascano già tarati, inquinati da scorie di non-senso, di inautentico, di imposto dalle consuetudini – sociali come stilistiche. D’altro canto non cadeva neanche nell’abbaglio di una facile esibizione-finzione di festosità afroamericana, sia essa Yankee o caraibica: l’energia che sprigionava dalle sue note e dai suoi gesti era piuttosto quella, immensa, del bambino che nasce, dell’uovo che si schiude, del fiore che spunta. In questo senso probabilmente il suo operato era quello che maggiormente si avvicinava a quello del batterista, un actus nascendi, se non di un nuovo linguaggio quantomeno di nuovi S1250001 copiaelementi fondanti di esso, fonemi in cerca di combinazioni inedite per la creazione di un lessico nuovo. Anche il contrabbasso di Roberto Bellatalla partecipava coerentemente di questa ricerca, affrontato come era in modi inusuali, ora come un violoncello, ora con le quattro corde letteralmente strappate dalle dita come farebbe un bambino che giochi con una chitarra; spostando forse l’accento dalla fonematica alla stilistica: usando lo strumento ora in maniera classica, ora in maniera jazzistica, ora in forma sperimentale. Ma il fulcro di questa ricerca operata sul piano gestuale, il perno centrale (anche spazialmente) dell’action scénique era la batteria di Marco Ariano: che lui giungeva a suonare effettivamente solo dopo un lungo prologo che aveva per protagonista il sax e per deuteragonisti gli altri strumenti; e ci giungeva solo dopo una sofferta prolusione di atti al limite dello spasmo, conativi, solo progressivamente incoativi; e non solo: ci giungeva utilizzando, oltre alle normali spazzole e bacchette di diversa calibratura, giocattoli, pupazzi in stile Muppets, all’inizio e nella fase più decisamente pre-fàtica due strani oggetti lignei vagamente rapportabili a delle mini-stampelle ‘canadesi’, quasi a simboleggiare una weakness pre- o post-partum, a seconda se sia debolezza del suono, del drumming che non vuol sortire, o del drummer che non riesce a trovarlo, a – transitivamente – nascerlo; quel che è certo è che ci troviamo dinanzi ad un bellissimo exemplum di slittamento drumming/dramaing.S1250004 copia

Lunare, astratto nei modi e nei moods, persino quando gioca con campionamenti di excerpts dalla/della vita reale – non solo concrètes ma addirittura famigliari, banali epperò estremamente evocativi – apparentemente avulso dalla tensione espressionistica degli altri tre, alle tastiere un pezzo di storia dell’elettronica dell’ultimo quarantennio; in funzione di collante, talora di bordone (superando a tratti il confine con il dronismo), ma spesso, al contrario, a far da contrappunto ai suoi compagni, Alvin Curran portava i suoi compagni verso una più diretta dimensione immediatamente musicale rappresentando – probabilmente non senza autoironia per lo iato generazionale – un certo “richiamo all’ordine”, interpretando con soavità il ruolo di padre nobile, gettando – anche attraverso citazioni disseminate lungo l’esibizione – ponti tra l’attualità musicale e le sue classicità: da quella antica (non mancando di accennare, giocosamente, qualche fugato bachiano) alla ‘classicità’ nell’elettronica (guardando, mi pare, più agli Studi parigini dell’ORTF che a quelli della RAI di Milano, più al GRMC che all’IRCAM).S1250007 copia

Resta da riferire (e non è poco!) della musica propriamente intesa: di cui va anzitutto detto che, a fronte della forza dei gesti quasi-attoriali dei musicisti, non poteva non avere, in primo luogo e pena il ridicolo, lo stigma della potenza; anche e forse sopratutto nelle parti in cui era esibito lo sforzo di generare, di partorire quasi i fonemi musicali, proprio lì si sprigionava con maggior vigore l’energia, la Volontà di esistere del suono, della voce colta nel suo farsi prima ancora di darsi: e di questo sforzo le diverse ma convergenti Stimmen portavano per l’intera serata le stimmate, anche nei momenti più esplosivi e liberatorii, in cui i quattro si scatenavano in fraseggi velocissimi e incalzanti che ne evidenziavano anche le grandi doti tecniche, la matura capacità improvvisativa che riusciva a creare dal nulla un fitto interplay, la sensazione di concentrazione ma anche di estrema confidenza reciproca dei musicisti sul palco. Un concerto che si può solo sperare trovi appena possibile un suo seguito, con gli stessi musicisti e sopratutto con un analogo concept.S1250009 copiaFrancesco De Ficchy  –  Fotografie di Giuliana Laportella

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