UN RABDOMANTE TRA ASTRI E DISASTRI

La recente pubblicazione della silloge di “racconti” di Alessandro Piragino “Liquide creazioni” (Onyx Editrice, Roma, 2013, pagg. 100, nella Collana Notes, pregevolmente ideata e diretta da Giuliana Laportella e Giovanna Castalia) offre alcuni spunti di riflessione. Abbiamo virgolettato il genitivo poiché, propriamente, non di veri racconti si tratta quanto, nella maggior parte di essi, di apologhi sulla nostra condizione umana. L’estrema brevità, la febbricitante concisione, la stringatezza delle descrizioni, la messa tra parentesi del piano evenemenziale, ne annullano o quantomeno minimizzano la natura narrativa; l’urgenza di dire, la rabbia sottesa, l’invettiva furiosa e lo slancio lirico, onirico, distopico e utopico insieme, li fanno ascrivere piuttosto – ed è termine da far tremare i polsi – alla tradizione della parabola. Sono in effetti parabole laiche quelle che riempiono le pagine di questo smilzo volumetto; e come non riconoscere in filigrana, sotto il titolo di “Paradiso commerciale” la parabola – rivisitata, distorta, volta al negativo – del figliol prodigo? Ma non del solo paradigma evangelico si evidenziano tracce oltremondane (non vorremmo dire religiose) nel libro (che proprio in questa continua tensione tra propensione nichilistica e aspirazione palingenetica trova il suo maggior fascino) la sua stessa struttura, ternaria ma senza dialettica, richiama molto apertamente, persino nei titoli sia delle tre sezioni sia di singoli racconti, il capolavoro di Dante. La prima sezione col titolo “Lampi trasparenti” non può non evocare atmosfere spaventosamente luciferine; mentre il suo ultimo racconto è significativamente intitolato “Limbo”. La successiva sezione (o Cantica?) si intitola “Acqua e fiamme”: un po’ un’immagine riassuntiva del Purgatorio, caratteristicamente “Il non luogo” (titolo dell’ultimo racconto ivi compreso) di passaggio tra damnatio e salvatio,, fra ilfuoco dell’inferno e l’acqua (purificatrice) che lo estinguerà, consentendo l’ascesi ad divinum. E pazienza se ciò avviene in forma duplicemente ironica sia riguardo alla modalità (come recita il titolo della terza sezione: “Scivolando via”; dove lo “scivolare” è sia “faner” che “glisser”,tanto “fading” quanto “slipping”), sia in rapporto alla meta: il “Paradiso commerciale” (possono darsene altri, nel nostro mondo tardocapitalistico, tardoliberistico, tardoconsumistico?) di uno dei racconti che la compongono. D’altronde più che ironica: laica, agnostica e tendenzialmente ateistica, è anche la domanda di fondo sottesa a tale ascensus: “Chi crea chi?” (titolo del primo racconto della sezione, sorta di primo gradus ad parnassus); ed è proprio questa tensione tra il “sacro” e l’ “abietto”, tra il sommo e l’imo, tra gli astri e i disastri, a sorreggere tutto il libro. E rabdomantica è la natura – meglio: la funzione – dello scrittore qui sottintesa: deputato a “capire se le cose hanno un senso” (perché questo è “quello che conta veramente”: “Chi crea chi?”, pag. 63), ma anche a scovarle, le cose: tanto nell’eccelso quanto nell’infimo.; ed il senso, un senso, delle cose (del Mondo? addirittura: della vita?) è l’acqua di cui va alla ricerca questo rabdomante: ed è ricerca tesa ad unesito positivo, una prospettiva di speranza (ovviamente malgrado ed entro i limiti concessi dalla consapevolezza della nostra realtà): e non ci sembra cosa da poco, in un’epoca di crisi come la nostra, in cui artisti, scrittori ed intellettuali in genere sembrano farsi un obbligo di registrare quanto più negativo possibile badando bene però a non dare alcuna prospettiva positiva. Non certo che il libro dia risposte o soluzioni; ma il suo trascorrere dalle abiezioni alla (possibile) redenzione nel viaggio, nella fantasia e nella narratività, è già dono di non scarso momento, alito di speranza per un mondo ed un’epoca che di disperazione sta morendo.

Ringrazio Francesco De Ficchy per la bella recenzione al libro.

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