Le musiche, la Musica,
L’a-musica
Novelle Arcadie crescono

Attorno a noi il Grande Rumore; intorno – e sempre più dentro di noi: tanto che il fuori diventa dentro – e il dentro, nulla. Fuori il Rumore, il vocio inesausto del Mondo che si fa strepito, clangore, reboare e ridondare, facendo della vecchia heideggeriana chiacchiera un fucilino a gommini di fronte ad un Express; dentro, i pensieri si sommano, moltiplicano, aumentano esponenzialmente, divengono ammasso, congerie, Merzbau, affastellamento – e in tutto ciò, in codesta pluralità di pensieri tanto indotta quanto in/dotta, viene meno la singolarità, das Einzige, il pensiero ed il pensare.

Socials, twitting, facebooking, images’ repositories quali Instagram; e poi contests d’ogni tipo, dal sedicente scouting di presunti talenti alle lotte tra gourmets, cuochi e maitres promossi a maitres à penser, comici che si autoincoronano opinion makers e noti opinion makers d’antico lignaggio trasformati in comici involontari da un fato crudele che potremmo anche onorare del nome di Zeitgeist se ancora un Geist si aggirasse come uno spettro per il mondo… E infine (davvero in fine ?): politica sempre più mediatizzata – e pertanto, assiomaticamente, medializzata: bando agli estremi!, l’unico estremismo è ora nella corsa al centro, destra e sinistra centripetenti (termine divisibile variamente) come in un infelice gioco dei quattro cantoni in cui chi, alla fine del giro, non trova la sua sedia non perde semplicemente il gioco ma resta escluso, bannato, forcluso.

In tutto ciò la pletorica iperproduttività del neoliberismo avanzato produce un continuo flusso di messaggi sempre meno grafici – troppo l’impegno intellettuale richiesto per la decodifica – e sempre più iconici e sopratutto acustici, un’aureola, un casco spaziale di suoni che si fanno rumore, brusio che brucia senza sosta pensieri e sinapsi, disfonia, stream of disconsciousness, acquisizione ininterrotta dell’ e dall’ altro-da- sé, Ent- e Ver-fremdung, sino alla dispersione, alla di-sé-spersione, alla miserevole mise-en-abyme che dalle telenovelas è trascorsa nelle soaps per sfociare nei Grandi Fratelli e nelle isole dei famigerati; e se, per alcuni, tutto ciò è solo noise, interferenza, disturbo di fondo, per i più è ormai come musica, droga acustica che, per assuefazione, scalzando decenni e secoli di tradizione sopratutto italica e mediterranea di canto di lavoro (nei campi e nei cantieri per ritmare ed alleviare la fatica, nei mercati per attrarre gli acquirenti), si è imposta in tutti i posti, dagli altoparlanti nei supermercati al televisore sull’acquaio della massaia che spignatta.

La scritta, il disegno, l’immagine – li devi guardare, devi rivolgerviti; e non basta: li devi fissare, osservare, ob-servare, con intenzione, in-tensione, con l’intenzionalità della tua azione; il rumore no, il rumore – è lui che ti avvolge, non ti chiede attività, attivismo, praesentia, Da-sein: ti impone l’opposto. Il rumore è l’abitudine, è l’abito, l’habitus del tempo nostro.

Che Candide vivesse fuori dalla realtà ormai anche l’ultima sospirosa servetta, dismesso il suo Liala, stracciata la moliniana copertina dell’ultimo Grand Hotel, lo ha compreso benissimo: e in letteratura, al cinema, persino nelle gallerie d’arte accetta questo nuovo stato di cose; l’acido mondo dei Simpson, il vetriolo dissonante di South Park hanno, nei cartoons, corroso le quasi centenarie basi su cui s’era assopito l’edulcorato mondo Disney, la rassicurante violenza di Hanna e Barbera o dei Looney Tunes.

E la musica, in tutto ciò – o meglio, materialisticamente e fenomenologicamente: i musicisti? Che fanno i musicisti?

Gli struzzi. Fondamentalmente e maggioritariamente fanno gli struzzi. In modi diversi, assai diversi, nascondendo la testa più o meno profondamente, più o meno isolandola dall’esterno, dal rumore, dalla realtà, più o meno abbarbicandosi ad improbabili lacerti di estraneità, di pretesa purezza o – ancor più ingannevolmente – di supposta naturalità del nostro linguaggio musicale, del nostro sistema di ripartizione dei suoni. Che invece naturale non è, affatto; e tantomeno perfetto. Lo ammette il suo nome medesimo: sistema ben temperato – ovverosia accomodato, aggiustato al meglio possibile. Ma il meglio possibile sta alla perfezione come il segmento, per quanto allungato, sta alla retta infinita.

Storicamente, il problema era, da Pitagora a Zarlino e a Rameau, quello di individuare e fissare dei punti fermi, degli assi portanti, dei cardini su cui impiantare e incasellare, incastrare il sistema dei suoni – laddove non era dato di poterli conservare per così dire concretamente, e nemmeno, all’inizio, su carta; e non solo di una stella polare si aveva bisogno, della nota e frequenza fondamentale da cui far sprigionare tutte le altre, ma dei meridiani e paralleli dei diversi gradi dei modi e delle scale – e dell’Equatore delle ottave a frequenza multipla. Ma codesta sistemazione è sempre stata un compromesso, una via di mezzo tra diverse esigenze – quelle della fisica, dell’acustica, dell’armonia, di un gusto medio che si è fatto concreto, concrezione, non più di tre secoli fa – ed oggi malgrado tentativi pregevoli – quali la settoriale introduzione del temperamento equabile, o la creazione di pianoforti scanditi per terzi, quarti o addirittura trentatreesimi di tono – mostra la corda e fa acqua da più parti.

A complicare le cose, non bastasse la crisi interna del linguaggio della musica occidentale a partire dall’esasperato cromatismo wagneriano, giunge la globalizzazione culturale, l’incontro/scontro con civiltà musicali diverse, che utilizzano modi, scale, gradi e suddivisioni differenti e difficilmente conciliabili con quanto ci giunge dalla nostra tradizione. Dall’illusione tolemaica di una Musica Una e Indivisibile si deve scendere ad una pluralità di musiche reciprocamente altre, ad un iperuranio musicale di stelle fisse si sostituisce il Cielo copernicano di cui noi non siamo il centro, la geografia culturale non vede più necessariamente l’Europa al mezzo del planisfero ma tanti possibili centri momentanei ed alternativi, in un movimento speculativo di décadrage, di perdita di centralità del dettaglio centrale e di acquisizione della stessa da parte delle periferie della scena globale, in un andamento in tutti i sensi eccentrico.

Fino a Mozart, fino forse ad epigonicamente certo Schubert, il musicista di gran vaglio poteva concepire, sentire la sua musica come Musica, mousiké, ars la più astratta non solo nel suo vivere di sole onde nell’aria, ma proprio nell’elevarsi al di sopra delle vicende e delle angustie umane. Già con Beethoven però tutto cambia, lo specchio perfetto s’incrina: e la voce del Mondo, il Rumore, inizia a far breccia nel tessuto anche di quest’arte – come, di già, in quelle figurative. Cambia progressivamente il rapporto del compositore con la società: non solo nella committenza, anche col pubblico più popolare e vasto. Si narra che nei giorni della malattia finale e della lenta discesa verso la morte di Rossini, la gente di Passy osservasse il massimo silenzio intorno alla sua dimora, timorosa di disturbarlo; e non v’ha certo bisogno di rammentare quel che fu Verdi per l’Italia risorgimentale. Oggi, di stars universali come Freddie Mercury veniamo a conoscere la malattia solo poche ore prima della sua tragica conclusione, di un David Bowie addirittura dopo che è appena uscito il suo ultimo album. Se prima, nell’ancien régime, il Rumore, ignorato e misconosciuto, veniva forcluso dalla Musica; se poi, nel mondo borghese, esso inizia a invadere i beati territori della Musica e delle musiche (si pensi anche solo a quei worksongs della Cotton Belt da cui sgorgano spiritual, blues, jazz, rock e via dicendo, spaziando da washboards e fiddler basses alle orchestre di Gerswhin, Whiteman, Miller, Sun Ra), arricchendoli o inquinandoli secondo le diverse prospettive; adesso addirittura li sommerge, si sovrappone ad essa, copre ed oscura la Musica – già ridotta a schiera di musiche – con il sordo lavorio della mediaticità, la forma attuale della chiacchiera. Il triste caso di Bowie può far da specimen all’uopo. Miliardi di parole sono stati spesi in tutto il mondo per coprire ogni particolare della sua vita e della sua morte, milioni di persone che mai avevano e avrebbero ascoltato Ziggy Stardust o Heroes si sono commosse – quasi nessuno di costoro è andato a (ri-)ascoltare la sua opera.

E il musicista, in tutto questo, oggi? Rispetto a questa dialettica a tre corni, come si pone? Tra l’ideale cristallino della Musica pura, il frantumarsi del cristallo nella pluralità e finitezza delle musiche e la marea montante dell’ a-musica, del Rumore, del Chiasso caotico, come si colloca, dove si (ri-)dispone? Cessata l’epoca delle avanguardie, entrata in crisi la supposta presunzione di essere in grado di guardare e venuta ormai meno l’idea stessa di un avanti; eclissatasi la Ragione della stagione espressionistica che, dalle sue ascendenze stuermer, aveva messo a nudo le crescenti aporie della tradizione, da Mahler a Schoenberg, da Webern per giungere al genero dello stesso Schoenberg – al termine di tutta questa dolorosa crisi senza soluzioni, cosa resta?

Restano tre opzioni, tre parzialità tutte tre variamente ingannevoli, tre pretese vie d’uscita, ciascuna polarizzata verso uno dei tre capi della questione. Tutte tre, nel loro fondamentale eludere la realtà sia musicale sia antropologica in cui siamo immersi, propongono risposte fasulle, falsamente a-problematiche, ripetono stanche modalità ormai sempre più consunte, coprono con patine di vernice di colori diversi vecchie carrozzerie oramai rugginose. Tutte tre, sotto differenti spoglie, perpetuano, anche rinnovandone le forme, delle sorte di arcadie, mondi immaginari che poco hanno a che spartire con la realtà, molto di più ne hanno con la sua falsificazione.

La prima, più facilmente riconoscibile e svelabile, è quella polarizzata sul primo angolo dei tre, sulla Musica: è l’Arcadia novella e sfacciata del ritorno all’ordine, della musica new- (o neo-)qualsiasi cosa: neotonale, neo/classica, neoromantica, new age, new wave, nu jazz, e poi lounge, chill out etc., dalla più paludata musica colta alla più triviale produzione disco-trash: una musica che si sogna ancora Musica (e non si può qui non sorridere ripensando la geniale irrisione totoesca dell’iterazione: “Mòseca, mòseca!”) una musica da mondo delle fiabe, sia questo la sala dell’auditorium o il salotto buono o la più smandrappata delle sale da (s-)ballo. Nomi qui non se ne fanno – sarebbero troppi e troppo pochi; ma basti pensare a molto di quel che va per la maggiore sopratutto là dove si incrocia il big biz del cinema e della televisione. Si continua a proporre/imporre lo stesso vieto linguaggio musicale, il più delle volte fintamente rammodernato mediante ritmiche o strumentazioni più à-la-page, in realtà pesantemente impoverito rispetto alla complessità armonica e finanche ritmica dei modelli di riferimento.

V’è poi l’Arcadia idealista, etica e progressista della rinuncia all’unicità e centralità tolemaica della Musica, all’accettazione della pluralità delle musiche; ed ecco allora la mondializzazione delle musiche, l’apertura alle musiche degli altri Paesi e continenti; ma sempre attraverso i nostri modi di concepire, fruire la musica, attraverso i nostri canali produttivi e distributivi, e sopratutto perpetuando il solito linguaggio musicale, sia pure con la variatio dell’allargamento etnico/folklorico: il nuovo imbroglio/inganno della cosidetta World Music (denominazione che, nella sua imperialistica anglofonia, si contradice e autodenunzia senza mediazioni), la Nouvelle Heloise di miriadi di sprovveduti orfani di una qualsivoglia rivoluzione che ripetono i loro soliti, abituali riti su ritmi nigeriani o tibetani anziché americani o italiani; come se bastasse questo a cancellare secoli di schiavismo e oppressione, in una sorta di pacificato embrassons-nous in cui algerini e francesi, vietnamiti e neoamericani, americani nativi e americani intrusivi ballino abbracciati cantando in coro “Chi ha avuto ha avuto…chi ha dato ha dato…Scurdammoce ‘o passato, simmo ‘o Mondo e paisà!”. Come se non si trattasse di ripensare radicalmente tutta la nostra vicenda musicale, culturale e storica nel suo complesso. Son forse costoro, più ancora dei primi, coloro i quali, dinanzi all’inevitabile décadrage di cui s’è detto, tentano l’operazione inversa, un ipocritico ed effimero récadrage.

Favole, favole, ancora favole.

La terza e più complessa, per certi versi, Arcadia, è quella, talora sottilmente distopica, della musica elettronica, specialmente – ma non solo – di quella più dichiaratamente commerciale (ma basterebbe il fulgido, purtroppo brevissimo esempio di Romitelli, per mettere in discussione certi confini): che accoglie – non senza qualche eco di futurismo marinettiano – nel suo seno – ed anzi letteralmente amplifica – il Rumore, dalle sirene nell’orchestra di Varèse a Schaeffer, dai treni di Reich agli elicotteri di Stockhausen, fino al noise, al glitch, allo scratch della techno, della house, della garage; ma lo accoglie per il più acriticamente, o come (ri-)creatore di un ambiente (Varèse) o addirittura di una storia, per giunta immane e tragica (Reich); o come semplice registrazione, presa d’atto di una realtà nuova (tecnologica, industriale, massmediatica) da cui certamente e giustamente non si può più prescindere, ma dinanzi alla quale il giudizio, ove mai lo si ponga in cantiere, resta, nella migliore delle ipotesi, come sospeso, epoché tanto meno commendevole quanto più urgente l’esigenza d’una risposta, di una presa di posizione quale che sia. Perché la posta in gioco qui non è quella di questo o quel genere di musica, ma è quello del futuro stesso della musica come espressione umana dotata di senso e di significati non puramente banali e ripetitivi ma capaci di reale contemporaneità e innovazione. Qui la dimensione arcadica si mimetizza e cela sotto le mentite spoglie di scenari sempre più tecnologici e futuropetenti, in una continua rincorsa dell’ a-musica, del rumore più inedito e stupefacente, sommando così, in una nevrotica coazione a ripetere, il proprio noise, il proprio rumore a-musicale, al Rumore del mondo, senza quasi mai – o senza quasi più – riflettere, analizzare, giudicare. Una favola firmata Jules Verne.

Ma allora come se ne può uscire? Stretta tra Arcadie diverse, come può salvarsi la Musica – e con essa un senso, una possibilità di significazioni e di rinnovamento nei modi e nelle forme?

Torniamo a quanto scritto nell’ottavo paragrafo: agli esordi della musica come arte codificata e almeno in parte trasmissibile vi era, in assenza di strumenti atti alla sua registrazione, la necessità di isolare determinati suoni, precise frequenze da poter trascrivere sulla carta onde rendere pubbliche e riproducibili ovunque e da chiunque le composizioni anche in assenza degli autori. Così, malgrado non vi fossero ancora oscilloscopi e oscillografi, il lavoro paziente e geniale di filosofi, fisici e musicisti permise di fissare dei rapporti tra frequenze che, pur mai del tutto soddisfacenti e tra continue oscillazioni, permisero il fiorire di quest’arte impalpabile ed astratta fino alle vette di Mozart o dell’imponente orchestra e coro dell’ An die Freude, per non dire delle grandiose dimensioni delle orchestre di Bruckner; dal tetragramma gregoriano siamo passati a partiture pentagrammate la cui sinossi per il direttore richiede un’intera pagina. E, si badi bene, mutatis mutandis ciò vale identicamente anche per le altre tradizioni musicali extraeuropee.

Ma è ancora davvero necessario tutto ciò per creare nuova musica oggi? O non è piuttosto un limite? Non si può andare oltre il pentagramma, oltre il sistema temperato, o quello equabile – oltre ogni sistema? Non si può fare a meno di ‘dover’ selezionare alcune frequenze tra tutte quelle che coprono lo spettro acustico fruibile da noi umani e solo quelle legittimare col nome di ‘note’ – e tutte le altre forcludere?

Da molti anni ormai, sia con la musica concreta cui già s’è accennato, sia con l’elettronica analogica (ed eroica, credo ciò vada sempre rimarcato) degli anni ’50-’70, il rumore è entrato da protagonista nel panorama musicale – sotto forma di nastro magnetico o di rumore bianco generato dai primi oscillatori dell’epoca; e si trattava di eventi sonori per il più non intonati su frequenze precise, transienti reciprocamente irrelati che non costituivano una melodia (l’armonia delle note, tradizionale o meno, essendo chiaramente fuori del panorama di interessi di quegli autori), non generavano un qualche continuum almeno parzialmente, tendenzialmente cantabile, memorizzabile, al limite potenzialmente orecchiabile. Anche l’orchestra di strumenti acustici, quando utilizzata dai compositori in questione – da sola o unita al nastro magnetico – veniva – viene tuttora, generalmente – organizzata per blocchi strumentali, più che per linee melodiche continue. Ciò è del tutto coerente con una giustissima istanza avanguardistica – il rifiuto dell’ovvio, del prevedibile, del già-dato, quell’esigenza che aveva motivato Schoenberg a raccogliere i cocci dell’atonalità e reinventare un sistema musicale da cui la prevedibilità fosse programmaticamente bandita, per il quale cioè una nota non poteva essere ripetuta prima che fossero state suonate, secondo regole precise, tutte le undici altre note del sistema temperato. Ma il limite della dodecafonia è il limite insito nella ripartizione dei suoni per frequenze fisse ed uniche, per quei dodici identici suoni ripetuti ai medesimi intervalli di ottava in ottava – un limite che le possibilità tecnologiche hanno completamente annullato.

Ecco allora oggi profilarsi la possibilità di accogliere nel tessuto musicale il canto di tutte le frequenze percepibili, direttamente registrabili su e tramite mezzi di stoccaggio delle informazioni acustiche sia materiali sia virtuali, in un panorama nel quale il confine tra suono e rumore divenga evanescente, trovi nuove collocazioni, così come i rapporti gerarchici tra i suoni – pur sempre presenti sebbene in forma problematica anche nella dodecafonia e nella neomodalità – vengano semplicemente annullati dal travalicamento dell’idea stessa di armonia prestabilita – di un sistema armonico quale che sia.

Finora la musica è stata come una riproduzione in tricromia di un quadro impressionista, in cui molte sfumature di colore necessariamente si perdano per limite tecnico del mezzo tipografico; io voglio che la musica sia come la tavolozza di un pittore, che non conosce soluzioni di continuità nel trascolorare da una nuance ad un’altra, voglio che sia non come quella riproduzione, ma come il quadro stesso; e come ammirare l’originale ci può dare ben altro arricchimento che l’accontentarci di un’opaca riproduzione, allo stesso modo liberare il suono dalle sue antiche gabbie, riuscire a capire e a captare il suono in tutta la sua dimensione verticale, di altezze diverse, ed orizzontale, di complicità tra il suono e il rumore, permetterà di accogliere l’uno e l’altro senza nulla più escludere, senza nulla permettere che sopraffaccia altro, bensì creando una dialettica nuova tra suono e rumore, tra suoni costruiti sugli armonici e suoni irrelati, eventualmente anche tra note del nostro – o di altro – sistema musicale e suoni esulanti da alcun punto di riferimento; e ciò permetterà altresì di liberare l’ascolto dalle sue sclerotizzazioni, di ampliare le capacità dello stesso e della sua memorizzazione, di portare ad una rivoluzione dell’universo musicale forse non troppo dissimile da quel che fu il passaggio dalla monodia alla polifonia, o dal contrappunto all’armonia – un grado di accrescimento della complessità della musica stessa, sia per chi la compone, sia sopratutto per chi la ascolta – un accrescimento delle facoltà dell’intelletto. Perché la musica non è solo effusione o divertimento, è anche fonte e misura di conoscenza, come tutte le arti; e come ad esempio in pittura vogliamo conoscere tutti i colori possibili, tutte le possibili loro combinazioni, la più ampia libertà cromatica e visuale possibile, allo stesso modo vogliamo allargare ai limiti possibili la conoscenza dei suoni e di tutte le loro combinazioni possibili, vogliamo la liberazione del suono da gabbie ormai inutili ed obsolete.

Ci si riuscirà? Non lo so; per quanto mi riguarda, ci sto provando e ci proverò, sia pure per gradi – anche realizzando la succitata dialettica tra note fisse e precise del nostro sistema musicale con il LA centrale a 440 Hz. e suoni, linee melodiche che esulano da qualsiasi centro tonale, da qualsiasi altezza codificata; ma credo che solo così libereremo la musica dalla sua crescente prevedibilità e stanchezza, dalle nuove, crescenti arcadie.
Francesco De Ficchy

UN RABDOMANTE TRA ASTRI E DISASTRI

La recente pubblicazione della silloge di “racconti” di Alessandro Piragino “Liquide creazioni” (Onyx Editrice, Roma, 2013, pagg. 100, nella Collana Notes, pregevolmente ideata e diretta da Giuliana Laportella e Giovanna Castalia) offre alcuni spunti di riflessione. Abbiamo virgolettato il genitivo poiché, propriamente, non di veri racconti si tratta quanto, nella maggior parte di essi, di apologhi sulla nostra condizione umana. L’estrema brevità, la febbricitante concisione, la stringatezza delle descrizioni, la messa tra parentesi del piano evenemenziale, ne annullano o quantomeno minimizzano la natura narrativa; l’urgenza di dire, la rabbia sottesa, l’invettiva furiosa e lo slancio lirico, onirico, distopico e utopico insieme, li fanno ascrivere piuttosto – ed è termine da far tremare i polsi – alla tradizione della parabola. Sono in effetti parabole laiche quelle che riempiono le pagine di questo smilzo volumetto; e come non riconoscere in filigrana, sotto il titolo di “Paradiso commerciale” la parabola – rivisitata, distorta, volta al negativo – del figliol prodigo? Ma non del solo paradigma evangelico si evidenziano tracce oltremondane (non vorremmo dire religiose) nel libro (che proprio in questa continua tensione tra propensione nichilistica e aspirazione palingenetica trova il suo maggior fascino) la sua stessa struttura, ternaria ma senza dialettica, richiama molto apertamente, persino nei titoli sia delle tre sezioni sia di singoli racconti, il capolavoro di Dante. La prima sezione col titolo “Lampi trasparenti” non può non evocare atmosfere spaventosamente luciferine; mentre il suo ultimo racconto è significativamente intitolato “Limbo”. La successiva sezione (o Cantica?) si intitola “Acqua e fiamme”: un po’ un’immagine riassuntiva del Purgatorio, caratteristicamente “Il non luogo” (titolo dell’ultimo racconto ivi compreso) di passaggio tra damnatio e salvatio,, fra ilfuoco dell’inferno e l’acqua (purificatrice) che lo estinguerà, consentendo l’ascesi ad divinum. E pazienza se ciò avviene in forma duplicemente ironica sia riguardo alla modalità (come recita il titolo della terza sezione: “Scivolando via”; dove lo “scivolare” è sia “faner” che “glisser”,tanto “fading” quanto “slipping”), sia in rapporto alla meta: il “Paradiso commerciale” (possono darsene altri, nel nostro mondo tardocapitalistico, tardoliberistico, tardoconsumistico?) di uno dei racconti che la compongono. D’altronde più che ironica: laica, agnostica e tendenzialmente ateistica, è anche la domanda di fondo sottesa a tale ascensus: “Chi crea chi?” (titolo del primo racconto della sezione, sorta di primo gradus ad parnassus); ed è proprio questa tensione tra il “sacro” e l’ “abietto”, tra il sommo e l’imo, tra gli astri e i disastri, a sorreggere tutto il libro. E rabdomantica è la natura – meglio: la funzione – dello scrittore qui sottintesa: deputato a “capire se le cose hanno un senso” (perché questo è “quello che conta veramente”: “Chi crea chi?”, pag. 63), ma anche a scovarle, le cose: tanto nell’eccelso quanto nell’infimo.; ed il senso, un senso, delle cose (del Mondo? addirittura: della vita?) è l’acqua di cui va alla ricerca questo rabdomante: ed è ricerca tesa ad unesito positivo, una prospettiva di speranza (ovviamente malgrado ed entro i limiti concessi dalla consapevolezza della nostra realtà): e non ci sembra cosa da poco, in un’epoca di crisi come la nostra, in cui artisti, scrittori ed intellettuali in genere sembrano farsi un obbligo di registrare quanto più negativo possibile badando bene però a non dare alcuna prospettiva positiva. Non certo che il libro dia risposte o soluzioni; ma il suo trascorrere dalle abiezioni alla (possibile) redenzione nel viaggio, nella fantasia e nella narratività, è già dono di non scarso momento, alito di speranza per un mondo ed un’epoca che di disperazione sta morendo.

Ringrazio Francesco De Ficchy per la bella recenzione al libro.

Music drama for drums and small ensemble

Lo confesso: il timore, quasi l’incipiente noia di divenir biografo e apologeta di Marco Ariano, comincia a profilarsi incombente e minace al mio orizzonte, dopo l’articolo dedicato a due suoi album; ma come sottrarsi a tale prestazione, quando è l’entusiasmo per quanto visto e sentito a spingere la mano al computer, le dita sulla tastiera? “Visto e sentito”, sì: ché il concerto tenuto al teatro Tor di Nona mercoledì 27 Marzo da Alvin Curran alle tastiere ed elettronica, Alipio C. Neto al sax tenore e sax soprano curvo, Roberto Bellatalla al contrabbasso e Marco Ariano a batteria e percussioni è stato, sopratutto ad opera di quest’ultimo, tanto un atto drammatico quanto un atto musicale. Neto ha suonato quasi sempre molleggiandosi ostentatamente  sulle gambe, quasi una citazione di passo di carica: il che sottraeva il sassofonista all’aura di musicista-poeta spleenico e lunare, meditativo e introverso che tanto spesso gli si appiccica, e dava alle sonorità sovracute, ai fraseggi brevissimi, frequentemente afasici, del suo strumento una carica, una volontà vitalistica tanto più eroica quanto più consapevole delle difficoltà attuali di un ‘dire’ e di un ‘fare’ che non nascano già tarati, inquinati da scorie di non-senso, di inautentico, di imposto dalle consuetudini – sociali come stilistiche. D’altro canto non cadeva neanche nell’abbaglio di una facile esibizione-finzione di festosità afroamericana, sia essa Yankee o caraibica: l’energia che sprigionava dalle sue note e dai suoi gesti era piuttosto quella, immensa, del bambino che nasce, dell’uovo che si schiude, del fiore che spunta. In questo senso probabilmente il suo operato era quello che maggiormente si avvicinava a quello del batterista, un actus nascendi, se non di un nuovo linguaggio quantomeno di nuovi S1250001 copiaelementi fondanti di esso, fonemi in cerca di combinazioni inedite per la creazione di un lessico nuovo. Anche il contrabbasso di Roberto Bellatalla partecipava coerentemente di questa ricerca, affrontato come era in modi inusuali, ora come un violoncello, ora con le quattro corde letteralmente strappate dalle dita come farebbe un bambino che giochi con una chitarra; spostando forse l’accento dalla fonematica alla stilistica: usando lo strumento ora in maniera classica, ora in maniera jazzistica, ora in forma sperimentale. Ma il fulcro di questa ricerca operata sul piano gestuale, il perno centrale (anche spazialmente) dell’action scénique era la batteria di Marco Ariano: che lui giungeva a suonare effettivamente solo dopo un lungo prologo che aveva per protagonista il sax e per deuteragonisti gli altri strumenti; e ci giungeva solo dopo una sofferta prolusione di atti al limite dello spasmo, conativi, solo progressivamente incoativi; e non solo: ci giungeva utilizzando, oltre alle normali spazzole e bacchette di diversa calibratura, giocattoli, pupazzi in stile Muppets, all’inizio e nella fase più decisamente pre-fàtica due strani oggetti lignei vagamente rapportabili a delle mini-stampelle ‘canadesi’, quasi a simboleggiare una weakness pre- o post-partum, a seconda se sia debolezza del suono, del drumming che non vuol sortire, o del drummer che non riesce a trovarlo, a – transitivamente – nascerlo; quel che è certo è che ci troviamo dinanzi ad un bellissimo exemplum di slittamento drumming/dramaing.S1250004 copia

Lunare, astratto nei modi e nei moods, persino quando gioca con campionamenti di excerpts dalla/della vita reale – non solo concrètes ma addirittura famigliari, banali epperò estremamente evocativi – apparentemente avulso dalla tensione espressionistica degli altri tre, alle tastiere un pezzo di storia dell’elettronica dell’ultimo quarantennio; in funzione di collante, talora di bordone (superando a tratti il confine con il dronismo), ma spesso, al contrario, a far da contrappunto ai suoi compagni, Alvin Curran portava i suoi compagni verso una più diretta dimensione immediatamente musicale rappresentando – probabilmente non senza autoironia per lo iato generazionale – un certo “richiamo all’ordine”, interpretando con soavità il ruolo di padre nobile, gettando – anche attraverso citazioni disseminate lungo l’esibizione – ponti tra l’attualità musicale e le sue classicità: da quella antica (non mancando di accennare, giocosamente, qualche fugato bachiano) alla ‘classicità’ nell’elettronica (guardando, mi pare, più agli Studi parigini dell’ORTF che a quelli della RAI di Milano, più al GRMC che all’IRCAM).S1250007 copia

Resta da riferire (e non è poco!) della musica propriamente intesa: di cui va anzitutto detto che, a fronte della forza dei gesti quasi-attoriali dei musicisti, non poteva non avere, in primo luogo e pena il ridicolo, lo stigma della potenza; anche e forse sopratutto nelle parti in cui era esibito lo sforzo di generare, di partorire quasi i fonemi musicali, proprio lì si sprigionava con maggior vigore l’energia, la Volontà di esistere del suono, della voce colta nel suo farsi prima ancora di darsi: e di questo sforzo le diverse ma convergenti Stimmen portavano per l’intera serata le stimmate, anche nei momenti più esplosivi e liberatorii, in cui i quattro si scatenavano in fraseggi velocissimi e incalzanti che ne evidenziavano anche le grandi doti tecniche, la matura capacità improvvisativa che riusciva a creare dal nulla un fitto interplay, la sensazione di concentrazione ma anche di estrema confidenza reciproca dei musicisti sul palco. Un concerto che si può solo sperare trovi appena possibile un suo seguito, con gli stessi musicisti e sopratutto con un analogo concept.S1250009 copiaFrancesco De Ficchy  –  Fotografie di Giuliana Laportella

Defending Woody

L’ultimissima esternazione di Carlo Verdone – apparentemente inspiegabile sia per inopportunità sia per intempestività – sul film “romano” di Woody Allen mi fornisce il destro per qualche riflessione su di esso. Verdone, che nell’occasione si professa romano e romanofilo deluso nonché oramai volto ad altre, secondo lui più stimolanti realtà (nella fattispecie Torino: finalmente, dopo dieci anni dacché l’ex capitale dell’auto è diventata, giustamente, una delle locations preferite dai cineasti di tutta Italia, se ne è accorto anche lui!), afferma essere “To Rome with love” film brutto, non rispecchiante la ‘vera’ Roma (come se i suoi film e quelli di  Rossellini da un lato e Monicelli dall’altro fossero la stessa cosa), che evidentemente deve essere esclusivo appannaggio di chi a Roma (ma in quale Roma?) c’è nato e vissuto e ne sa anche la parlata (ma quale parlata? di quali quartieri? di quali classi?) Ora, questa critica – e quelle che, peraltro generalmente più blande e bonarie, si sono levate all’uscita del film da varie altre parti – si fonda, a parer mio, su alcuni equivoci. Tutti i recenti film di quel genio incommensurabile che è Allen girati in Europa sono assolutamente basati su stereotipi e luoghi comuni; deve essere così: perché le Londra di Match Point, Barcellona di Vicky e Cristina, Parigi bohémienne e Roma monumenti e melodramma non sono luoghi reali, ma topoi letterarii, stati d’animo e luoghi dello spirito. Protestare per la (ovvia) falsità della Roma di questo film senza prima averlo fatto per quelle delle altre metropoli negli altri lavori è becero provincialismo (quello che da sempre caratterizza, nel bene e nel male, l’opera del pur buon Verdone): o tutti o nessuno. Ad Allen non frega un fico di fare un docufilm realistico e attuale sulle città (a partire, guarda un po’, dalla sua Manhattan): le sue operazioni sono sempre altamente cinefiliche, ‘letterarie’,  e qui non vuole rappresentare Roma bensì omaggiare Fellini, Mastroianni, Sordi, il grande cinema di Cinecittà. Altrimenti perché girare – prima volta o quasi nella sua carriera – un film a episodii, che era il formato caratteristico del cinema italiano degli anni del suo boom? 2): L’operazione di Allen ha voluto essere di grande aiuto morale all’Italia berlusconiana (il set è dell’estate scorsa, quando Monti non lo conosceva quasi nessuno), per spronarla a riscattarsi dal degrado di questi anni, a ritrovare e ridare il meglio di sé – come egli fa quando, venendo a suonare da noi, aggiunge “Bella ciao” al suo repertorio. In questo senso – e nei termini che soli possono addirsi ad uno come Allen – questo romano è probabilmente il suo film in assoluto più ‘politico’: proprio nel suo garbato, indiretto e sommesso richiamo alla Roma (e quindi all’Italia) che c’era e che tutti amavano ed invidiavano; a quell’Italia che potrebbe, dovrebbe tornare ad essere, se solo ne avessimo la coscienza, la volontà e la forza. Eppure il titolo da solo dice tutto, altro che “cartolina da Roma”: è proprio l’opposto! Non “From Rome with love”, ma “To Rome…”: è un messaggio d’amore e di speranza, un augurio ed un incitamento a tornare grandi, fieri (senza nazionalismi idioti da fascisti ignoranti e imbecilli) e culturalmente protagonisti come lo eravamo fino a pochi decennii fa; è una mano tesa, che è nostro interesse ma anche dovere morale afferrare: non capirlo, e non ringraziare Allen per questo, è da soliti,  tristi, provinciali, decaduti italioti.

BOCCACCIO E LA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA (premesse all’autogestione)

Senza dubbio non sono pochi gli argomenti circa i quali la teoria e la prassi
del pensiero comunista libertario sono ancora oggi insufficienti e di troppo scarsa profondità, la cui importanza è invece sempre più pressante ai fini non solo di un vago e fumoso  rinnovamento (o aggiornamento) culturale, ma proprio per la proponibilità e la praticabilità di un progetto politico/sociale che, attraverso e oltre la dimensione della pura utopia, si ponga come movimento reale. Tra questi temi da noi finora forse troppo scarsamente considerati va annoverato quello dell’”estetica” della democrazia borghese-rappresentativa: ove per “estetica” si intende la rispondenza, reale o ideale, a bisogni effettivi o immaginari dell’uomo e della società. Si è cioè partiti – d’altronde giustamente – dalla critica e dalla negazione di questo modello (Proudhon, Marx, Bakunin, Lenin, Malatesta) per giungere troppo direttamente alla ricerca delle possibilità – e delle eventuali cause – del rovesciamento di questo stato di fatto, e all’immediata formulazione di prospetti di ordinamenti sociali alternativi. Le teorizzazioni marxista ed anarchica nascono su quello che è già uno status profondamente corrotto dell’originario ideale borghese: alla tranquilla economia mercantilistica si è sostituita la totale disumanizzazione dell’industria, la reificazione nella macchina;  ad un rapporto sociale che, pur avvenendo nella forma – tipica dell’alienazione borghese – dello scambio mediato dalla moneta, conservava una sua dimensione umana di rapporto tra persone, si sostituisce il rapporto inumano tra uomo e strumento di lavoro; alla disponibilità per tutti (sia pure nel permanere di differenze di classe e di casta) si sostituisce la sempre minore disponibilità occupazionale; infine, last not least, alla limitata (sia geograficamente che qualitativamente) sfera del potere delle antiche aristocrazie, segue la sempre più soffocante oppressione ed ingerenza esercitata dagli Stati nazionali.
In questo quadro, all’interno del quale le varie borghesie nazionali nulla più hanno da promettere ai popoli se non sfruttamento capitalistico e oppressione statale – per tacere delle guerre – era ovvio che la negazione prendesse il sopravvento sulla riflessione critica: tanto più a causa dell’infelice convinzione dei più, a quell’epoca, dell’imminente crollo del capitalismo, con la conseguente presunta necessità di approfondire ed estendere al massimo la negazione, senza troppi mezzi termini: per meglio preparare il Mondo Nuovo che doveva presto sorgere dalle rovine della “preistoria dell’umanità”.
Ma non voler considerare – e non tanto nella pura riflessione teoretica, ma proprio nella concreta riflessione pragmatica volta alla “trasformazione del mondo” – certi temi, può spesso essere assai pericoloso e, alla lunga, gravemente dannoso. Così, sarebbe per noi anarchisti e libertari estremamente pericoloso non voler oggi prendere in considerazione questo problema: come mai un’organizzazione sociale così evidentemente negativa e colpevole qual è quella fondata sullo Stato – su qualsiasi Stato – pur andando palesemente contro gli interessi e i desideri della gente, si sia perpetuata ed anzi rafforzata lungo i secoli attraverso delle rivoluzioni che pure sarebbero state delle valide premesse al suo abbattimento (o, al limite, all’ assurda e buffonesca marxiana “estinzione dello Stato”)?  Considerando, una volta tanto, questo problema al di fuori dei nostri consueti, più o meno consapevoli, vittimismi storici (i “tradimenti della rivoluzione”, etc.): questo sia perché con tali argomentazioni in realtà non si spiega più niente o ben poco, sia ancor di più perché non tanto di un’analisi storica qui si tratta, quanto piuttosto di un problema di ordine sociologico e antropologico. Spinto ai massimi termini l’argomento ci porterebbe al tema enorme e ancora largamente da affrontare della reale natura del Potere (del potere in sé), della sua riproduzione e modificazione, delle sue dimensioni (dall’inconscio individuale alla famiglia alla scuola allo Stato), dei suoi luoghi (la lingua la cultura l’arte lo sport il lavoro) etc; qui si tenterà più semplicemente un abbozzo di discorso, ancora limitato, su un epifenomeno del potere, una delle sue modalità: la democrazia rappresentativa. Discorso limitato,come si vede, ma necessario ed improrogabile: perché se non si è prima chiarito, dal nostro punto di vista e secondo un’ottica generalmente socioantropologica e funzionalistica più che particolare e storicistica, come e perché il sistema della democrazia rappresentativa o indiretta abbia finora sempre prevalso (pur in forme diversissime e spesso contraddittorie) su ogni aspirazione alla democrazia diretta, anzi rafforzandosi; mentre tutti i tentativi di tipo libertario e le esplosioni autogestionarie siano rimasti episodi pur splendidi, ma effimeri; se dunque non si è chiarito prima questo, a ben poco gioverà parlare poi di autogestione anarchica e di comunismo libertario: si rischierebbe di fare nuovamente dei castelli in aria. Non si tratta di “revisionismo” o di “uscire dall’anarchismo”, ma di ammettere onestamente un grave ritardo culturale e progettuale, e sforzarsi di colmarlo.
Giovanni Boccaccio, alla fine della prima giornata del Decameron, ci fornisce una significativa rappresentazione – sia pure ovviamente non ancora consapevole di sé – di un modello puro, ideale, di democrazia rappresentativa: che di modello puro e ideale, al limite dell’utopico, si tratti, è evidente se si considera che per Boccaccio questo modello si dà non già come realtà fattuale, ma ancora nei modi dell’aspirazione poetica ad un mondo meno travagliato e funestato dalla “matta bestialità” dei bui secoli precedenti; un mondo da costruire sulla scorta di nuovi ideali e nuovi modi di vita – oggi diremmo: su nuovi bisogni. Vale la pena di soffermarsi su questo brano boccacciano, per cogliere questa premonizione di quella che sarà poi l’ideologia borghese.
Terminato dunque il narrare della prima giornata, posta sotto il “reggimento” di Pampinea, questa dichiara chiuso il proprio mandato e, levatasi di capo la corona d’alloro simbolo della potestà, nomina “regina” del dì seguente Filomena: la quale, dopo aver ringraziato l’amica, si produce in un vero e proprio discorso – tutt’altro che di circostanza e formale – di accettazione d’investitura e d’enunciazione di un “programma”. In sostanza inizia affermando che lei non intenderà governare basandosi esclusivamente sul proprio giudizio, ma seguendo anche quello degli altri: per cui subito esporrà loro le proprie intenzioni, di modo che essi possano immediatamente integrarle o controbattere con le proprie. Prosegue affermando di approvare sostanzialmente gli ordinamenti stabiliti da Pampinea per la prima giornata e di non ritenere dunque di mutarli: si tratta semmai per lei di aggiungerne altri, non in contrasto con i precedenti: naturalmente, coll’assenso di tutti. “Naturalmente” tutti assentono e approvano; e Dioneo, che solo ha da avanzare una richiesta personale, senza ostacoli se la vede soddisfare con generale consenso.
E’ qui da considerare anzitutto l’importante momento di transizione in cui si situa la rappresentazione boccacciana del suo modello di democrazia: che non si identifica più nell’antica, ideale polis ateniese – nella quale è l’intera assemblea degli uomini liberi  a decidere e legiferare; mentre qui, pur entro una così ristretta comunità – per giunta di amici – è avvertita l’esigenza  (tanto più significativa quanto appunto appare men motivata) dell’istituzione di un “reggimento” unico, di una sia pur minima centralizzazione del potere: il quale è però ancora ben lungi dal farsi assolutistico, Stato ed egemonia.  Alla democrazia assembleare degli uguali si succede qui la delega dei poteri ad un singolo, la cui potestà però è fondata non già su di un “diritto” (divino o “naturale”) ma su di una convenzione – qui ancora trasparente ed esplicita – tra liberi ed eguali che insieme decidono di istituire al di sopra di sé un “reggimento” che insieme rappresenti e medii i loro interessi particolari con l’obiettività (presunta) di chi è al di sopra delle parti, legiferi ed esegua o faccia eseguire leggi e sentenze: ed è quella stessa convenzione che – con ben maggiore sviluppo di idee – si chiamerà contrattualismo, contrat social.
Ma appunto nel paragone differenziale con quelle che poi saranno le teorie politiche di un Locke o di un Rousseau sta la specificità e l’importanza dell’ideale del Boccaccio: qui abbiamo ancora un puro ideale (non importa se giusto o sbagliato), una vaga aspirazione di tipo etico-sociale, mentre lì siamo ormai nel pieno campo della lotta teorica per un preciso progetto politico,  di presa del potere da parte della nuova classe contro la vecchia; qui la consapevolezza storica (peraltro ancora molto embrionale) è di natura più intellettuale (filosofico-letteraria) che fattuale, mentre lì siamo già alla guerra verbale che si affiancherà alle guerre e alle rivoluzioni (le due inglesi prima, l’americana e maxime la francese poi) che saranno necessarie per il passaggio dal vecchio al nuovo potere; qui l’ordinamento sociale si regge spontaneamente sull’antico canone aristocratico-medievale della cortesia, lì sulla Costituzione che stabilisce in maniera ferrea, “oggettiva” ed immutabile
diritti e doveri di governati e governanti. E proprio l’ideale della “cortesia”, dell’aristocratica gentilezza, che si sposa perfettamente all’idea di società armonica ed armoniosa, libera da traumi e da conflitti (e non si può negare che, di fronte alla violenta brutalità dei secoli precedenti, questo fosse un grande ideale umanistico) è il grande fatto nuovo, la profonda motivazione storica, non solo politico-ideologica, ma anche e più socioantropologica, dell’avvento e dell’instaurazione del regime democratico-borghese e costituzionale. In una parola, il sistema delegante-rappresentativo non nasce solo sul sopruso e la sopraffazione, come solitamente siamo usi pensare, magari inconsapevolmente; è anche – ed oggi soprattutto – questo: ma lo è per il più a partire da quell’Ottocento che appunto vede nascere e svilupparsi come movimento reale il comunismo, la lotta contro lo sfruttamento capitalistico e l’oppressione statale. Ma qui siamo già in una situazione profondamente degradata, corrotta; e non si può ragionevolmente pensare che fossero di questo genere le promesse e le speranze insite nell’idea, nell’utopia borghese: persino i generali “cileni”, nell’abbattere violentemente ogni sia pur blanda parvenza di democrazia consensuale, devono in qualche modo “idealizzare” la propria dittatura – e termini quali “pace”, “ordine”, “legalità”,”lavoro”, etc., giungono puntuali a volgere quasi in epopea l’eccidio e l’oppressione.
Di qui potrebbe ora dipartirsi anche il discorso oggi molto alla moda (alla moda del “riflusso”) sulla “inevitabile” corruzione delle utopie: lasciando trapelare l’aristocratico dubbio che qualsiasi salto rivoluzionario celi l’identica involuzione, lo stesso errore.
Non è discorso che ci possa interessare, perché è questione vuota e tutta “metafisica” (proprio nel senso un po’ banale, ma tutto negativo, caro alla tradizione positivistica); ed è discorso del tutto antiscientifico perché rifiuta di calarsi in un rapporto reale con la realtà; a noi importerà invece cercare, al di fuori di slogans e di preconcetti, le possibili cause di eventuali involuzioni del “modello virtuale” di cui siamo assertori e portatori.
In sostanza, sembra di poter dire che l’idealità borghese nasce e muove i primi passi sulla base della scoperta-ritrovamento della sfera del privato, della riaffermazione del desiderio di un mondo ove ognuno possa liberamente “farsi i fatti suoi”, sia nel senso dell’economia (badare ai propri affari ed interessi, anziché continuare a tenerli in second’ordine rispetto agli interessi preminenti, politico-militari, dell’impero o dei nobili), sia nel senso del riemergere dei valori, all’epoca tutt’altro che tradizionali, della famiglia e della casa, di contro all’antico continuo guerreggiare che portava gli uomini lontano dalla patria a combattere e a morire per motivi ed interessi sempre meno avvertiti, sempre più lontani dai propri. Tutta la tradizione del Medioevo si era adoperata ad esaltare i valori del sacrificio eroico per la ragione dell’Impero e della Chiesa, a lodare la perdita del marito, del figlio o della moglie, in  nome della ragion di Stato; Boccaccio irride, sia pure con discrezione e talora ammirazione, a questi ideali. Né si deve pensare che si trattasse di un fenomeno di riflusso: era al contrario una nuova conquista – non più in Terra Santa o nel lontano Oriente, ma tra le mura della propria casa; ed era una conquista dell’uomo e dell’umano, esaltante. L’esigenza di seguire con più tranquillità e far prosperare lontano da guerre e sconvolgimenti le proprie attività affaristiche e la stanchezza del guerreggiare ai confini del mondo portano questo nuovo bisogno d’una esistenza meno affannosa e soggetta ai casi fortuiti, ed insieme più distaccata e meno condizionata dalle alterne vicende della politica; ma perché si potesse affermare e radicare un modello sociale che istituzionalizzava e codificava la delega pacifica, non per sconfitta di guerra, dei poteri, era necessario affiancare questi nuovi bisogni con una nuova ideologia: l’illusione – che diventerà poi pretesa ipocrita –  di un ordine naturale della (e nella) delega, di  una conformità di questa alla “natura”, della naturalità di un siffatto modello sociale – e quindi, in uno stadio di ulteriore evoluzione (quello a noi oggi imposto) dell’ideologia – della sua insostituibilità (argomento tanto caro a tutti i nostri conservatori, sia di destra che di sinistra). Così, causa la piena delega di poteri, quella “conquista del privato” che era stata origine e frutto di una gioiosa contestazione verso l’alterità, l’estraneità politica e terrena dell’Impero, e religiosa ed ultraterrena della Chiesa, presto si trasforma involvendosi in rinuncia al politico, in  rifiuto del mondo, in reclusione entro il carcere della famiglia: si passa così da un estremo all’altro, dalla massima sottomissione alle esigenze esterne all’esclusiva cura degli affari propri –  da un’estraniazione a un’altra. Ambedue i momenti sono raffigurati o accennati dal Boccaccio: se il rifiuto del “morire per il Re” è uno dei motivi non espliciti, ma costanti del Decameron, d’altro lato vediamo pure che quando per la quarta giornata Filostrato, che vi tiene il reggimento, decide un  argomento delle novelle che agli altri non piace, essi vi si adattano senza minimamente protestare.
A questo punto la lunga ma necessaria analisi storica può terminare: perché l’ideologia qui descritta della frattura inevitabile tra un privato ed un politico, e la conseguente rinuncia al secondo ( almeno sino a che le cose non precipitino a un tal punto da rendere improrogabile un temporaneo ritorno al politico, una rivolta), questa illusione che sia giusto così, sia bene votare e delegare e lasciar fare agli altri, non è un semplice fenomeno storico (sebbene sia un prodotto storico di una certa civiltà, quale è la nostra): ma è invece un fenomeno trans-storico, che percorre la Storia tutta, è cioè un fenomeno antropologico, in qualche modo inerente all’uomo in quanto tale. E proprio perché l’illusione che le cose possano “naturalmente” andare avanti da sé, senza farsene carico in prima persona, bensì delegando,  non è sorta una volta sola nel corso della storia, ma sempre e nelle situazioni più diverse, è necessario che noi oggi, in rapporto a, ma a monte di qualsiasi dibattito su autogestione, democrazia diretta etc., ci poniamo il problema di evitare, anticipandolo, il rischio che il modello di società che propugniamo risulti, alla pur minima prova dei fatti (lotte ed iniziative autogestite, etc.), in qualche punto, debole. Si tratta, per così dire, di immunizzare l’utopia: contro il maggior numero di malattie possibile. E se oggi l’illusione, l’alienazione politica, da combattere, è quella borghese che abbiamo visto prima – perciò era necessario discuterla preventivamente – dobbiamo anche sempre tener conto del fatto che essa si può presentare per cause e con modalità molto varie.  In definitiva bisogna uscire da un certo massimalismo semplicistico – più ideologico e mentale che politico, beninteso – che si fonda sulla vecchia convinzione che basti scalzare una tantum il potere e i rapporti di potere e di delega, per aver risolto tutto: mentre occorrerà invece considerare da subito tutte le possibili cause di involuzione burocratico-autoritaria nascoste nel modello sociale di cui ci facciamo (ci dobbiamo fare) propositori, e suggerire   soluzioni contro queste minacce che siano effettivamente praticabili quando ve ne sia bisogno. Si tratta anche qui di uscire dall’ideologia e dalla pura utopia, per approdare al concreto, alla Storia e al movimento reale che trasforma la Storia; ma per far questo lo studio storiografico non basta, può solo avere un ruolo sussidiario (ricordarci le esperienze passate come indicazioni di massima), mentre essenziale sarà l’approccio socioantropologico che consideri la costante del “ritorno alla delega” appunto non semplicemente come una singola vicenda storica, o come una serie di vicende analoghe ma irrelate, bensì come un dato troppo reiterato per investire la sola dimensione storica, tale dunque da potersi spiegare solo come fenomeno trans- (e meta-)storico, avente quindi come fondamento primo una caratteristica, un’esigenza dell’uomo e dell’umano – un inalienabile bisogno della sua natura, come già ci ha mostrato la precedente analisi del testo di Giovanni Boccaccio.
Un bisogno può essere studiato,analizzato, posto in relazione ad un contesto e quindi spiegato anche nella sua essenza profonda; può essere giudicato, posto in discussione ed anche contestato nelle sue motivazioni: ma non può essere – in sé –  cancellato, negato nel suo essere. Il bisogno non è – in sé – un valore. Ad esempio, curare il proprio corpo e fare uso di cosmetici sono aspirazioni umane (che non significa necessariamente “di tutti”) per sé nient’ affatto da disprezzare : lo diventano quando appunto questi non-valori vengono relazionati e sottomessi  ad un valore (per giunta artificiale e mistificante) come il valore di scambio, o a valori altrettanto falsi e detestabili quali il desiderio di spicco, di supremazia sociale, lo snobismo etc.: ma che siano bisogni umani (bisogno di stare e sentirsi bene, di godere del proprio corpo, di piacere a sé e agli altri,etc) in qualche modo universali ed ineliminabili, è dimostrato dal fatto che ogni società o civiltà – e quelle “primitive” o precapitalistiche più ancora di quelle capitalistiche – appena abbiano superato il livello della mera economia di sussistenza, vi anelano sensibilmente (e si pensi alla Cina del dopo-Mao, o alla Polonia che lotta per una diversa qualità della vita; o, ancora, a quella parola d’ordine del ’68 che chiedeva “il pane e le rose”). Combattere – o quantomeno ridimensionare, razionalizzare – certi bisogni umani, quando essi significano o implicano ineguaglianza e sopraffazione, è necessità imprescindibile per un processo rivoluzionario anarchista o comunque di segno libertario; ma negare e soffocare tali bisogni tout court ucciderebbe immediatamente il processo stesso: non l’essere del bisogno, semmai il suo essere sociale va corretto.
Anche il fenomeno che abbiamo sin qui esaminato, e direttamente osservato nella sua fase aurorale e – ovviamente – ancora inconsapevole nei succitati passi del Decameron – cioè il calo di tensione che sempre è succeduto e succede ai periodi di grande attivismo e di partecipazione diretta (sia pure nella forma dell’obbligo di combattere), e il conseguente ritorno al privato – corrisponde ad un bisogno: ad un bisogno ancora tutto, o quasi, da scoprire e studiare. Qui si può solo suggerire che esso potrebbe assomigliare, sembra assomigliare molto più a ciò che Marcuse chiamava il “bisogno biologico di pace” che a un semplice voltar le spalle al mondo per rinchiudersi in casa, come spesso, guardando solo agli aspetti esteriori, oggi erroneamente si fa parlando di “riflusso”. In tal senso questo bisogno avrebbe anche una precisa valenza contestativa; ma attenzione: non solo verso il potere e la sua politica, ma anche verso l’iperpartecipazione, l’eccesso spasmodico, e in definitiva spesso alienante, di attivismo.
Se questo fenomeno è correlato ad un bisogno sinora misconosciuto, se è esso stesso un bisogno (magari anche “sbagliato” nelle sue forme e nelle conseguenze che comporta – come d’altronde abbiamo visto che spesso avviene dei bisogni) allora noi non possiamo negare o sottovalutare con un’alzata di spalle, liquidandolo come tema di tipo situazionistico-spontaneistico, o altro, il problema: sarebbe una grossa ingiustizia e un grave errore tattico. Dovremo anzi discutere e confrontarci per trovare soluzioni alternative, teoriche sì, per forza, ma pragmatiche e praticabili, che concilino le esigenze della democrazia diretta, dell’autogestione, dell’azione diretta, con una giusta forma di soddisfazione di questi bisogni, che non li inibisca né li porti all’eccesso. Servirà altrimenti a poco (sia detto col massimo rispetto per quegli studiosi che all’argomento si solo anche brillantemente dedicati) discutere delle forme dell’autogestione, di economia e società autogestionarie, di abbattimento di Stato,classi e caste, se non sappiamo ancora materialmente come far funzionare e durare nel tempo una democrazia non-delegante. E non si torni più a ripetere, per l’ennesima volta, con la medesima ottusità, che “questi problemi si vanno ad affrontare nel concreto, nella prassi”: non è affatto vero: i problemi che noi oggi siamo necessariamente portati a considerare legati alle numerose  “esperienze di lotte e di iniziative autogestionarie” sono diversi e soprattutto minimi rispetto a quelli cui qui si fa riferimento. Una cosa è condurre ed animare una lotta o una iniziativa (anche economica, quali una cooperativa, l’autogestione di una fabbrica “decotta” etc.), senza e contro autoritarismi e deleghe; un’ altra cosa è sostenere un’intera società, in tutte le sue complesse ramificazioni, nella costanza di una democrazia diretta che mai e nulla ceda a burocratismi. Una cosa è un episodio di antagonismo, pur glorioso ed esaltante ma limitato nello spazio e nel tempo; altro è un intero ordinamento sociale autogestionario che, per essere tale, dovrà avere ben maggiori dimensioni e durata. Ma soprattutto è importante la fondamentale differenza tra le motivazioni che spingono dei lavoratori minacciati dalla chiusura della fabbrica, o dei disoccupati privi di prospettive occupazionali tradizionali, a farsi carico direttamente del proprio destino, e le motivazioni almeno apparentemente non altrettanto pressanti e improrogabili che dovrebbero spingere i cittadini di una società autogestio- naria a partecipare continuamente e instancabilmente a tutte le decisioni. Non si tratta di “annacquare” l’anarchismo: si tratta di evitare che si uccida da sé. Abbiamo un’utopia da concretare: cominciamo dal vaccinare  l’utopia.

Francesco De Ficchy

(da: “Il Libertario”, nuova serie, Roma 1981-82)

 

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